Un volto nell'oscurità.
Poi il gemito di un infante.
Un'infinità di persone, nel corso dei secoli, hanno cercato il mistero rappresentato dalla genesi delle divinità, ed è ironico che proprio voi che non avete mai cercato né voluto conoscere simili misteri vi ritroviate nell'occhio del ciclone, nella gigantesca culla dove ascende legge e caos, reale ed irreale, coscienza e follia. Saegel, che possiede la vista, "vede". I suoi occhi scrutano ma la sua mente rifiuta ed ella con un grido crolla a terra, priva di sensi. Prima che l'oblio la catturi con se, in un angolo della sua mente capisce e comprende che la sua sanità mentale è stata risparmiata solo perché non ha cercato ciò che ha visto, se l'avesse fatto la sua mente ne sarebbe uscita distrutta, condannandola di fatto ad un'esistenza simile a quella di una larva priva di intelletto, come la punizione che spetta a coloro che osano troppo.
Perché in realtà, non c'è alcun segreto oltre al velo. Solo l'orrore di una realtà troppo vasta perché la mente umana possa accettarla. La verità che si cela dietro il bene e il male, dietro la luce e l'ombra, e chissà cosa avrebbe fatto Khalesis, paladino della dea Vidoq, se avesse visto la verità? Gli dei fanno dono ai mortali del libero arbitrio, ma richiedono in cambio la fede, non ci deve essere tentennamento nel credo di un araldo ai loro nomi ed è per questo che vengono preclusi a loro ogni segno tangibile della presenza divina, ogni prova che un paladino possa avere dell'esistenza degli dei di cui è voce e alfiere. Ma Saegel, fra quelle nubi, ha visto un'altra verità, perché dietro quelle nubi non c'è più l'angolino di universo chiamato Celentir, bensì un mare ribollente dove la veggente si è specchiata come un viandante che si affaccia sulla superficie di un lago e vede riflettersi in essa non il suo volto ed i suoi occhi, bensì le sue emozioni, le sue paure, tutto ciò che lo rende umano che gli scorre davanti come immagini, colori, sensazioni. E nel turbinare di quel vortice che è la sua coscienza, Saegel ha visto se stessa unirsi a fiumi che scorrono nei cieli come maree del colore del sangue, della folgore, della porpora più pura e del lerciume più disgustoso, e sopra di essi banchi di luce sfolgoranti.
Dai mari egli ha visto i demoni, i suoi demoni, figli di ciascun mortale. Dalla furia e dall'odio emergono creature imponenti, fasci di muscoli urlanti che brandiscono armi di bronzo, come i primitivi che per uccidersi usavano rozze asce dei metalli più grezzi. Dall'ambizione e dalla cupidigia fuochi multicolore che turbinano come se torce viventi innalzassero fiamme cangianti. Lussuria, vanità ed ogni sentimento torbido che si concretizzano in forme sinuose, mentre paura, incertezza e terrore per la morte in ogni sua forma diventano un oceano di lerciume, il marcio più cupo che risiede nell'animo mortale: il terrore della corruzione della carne. E sopra di essi... sopra ogni cosa, un coro argentino di voci sfavillanti, una luce simile ad un faro che risplende nell'oceano del Maelstrom e lo sovrasta, lo consuma, voci angeliche che si alimentano del fuoco sacro scaturito dalla speranza, ed è allora che l'umana chiamata Saegel sceglie, e sigilla tutte quelle immagini in un angolo della sua mente da dove niente e nessuno potrà e dovrà mai estrarle.
I suoi capelli perdono colore come se avesse visto un fantasma, eppure egli sorride, e muove le labbra parlando con voce non sua; suoni che non seguono il ritmo scandito dal suo labiale.
"Ah! Fede! E speranza! E poi ironia. Ah!
Eppure non c'è niente che gli dei detestino nei mortali quanto l'ironia! Sapete voi deridere la più grande delle calamità, ridere perfino quando essa è ormai scampata. Eppure cosa pretendono loro se non paura quando scatenano maremoti? Terrore quando la terra trema! E ciò che trovano è ironia. Ah! Questa dev'essere davvero la più grande beffa dei mortali agli dei!"
E un sorriso compiaciuto solca il suo viso dai lineamenti contratti, eppure è svenuta, il suo cuore si è fermato per alcuni battiti prima di riprendere a pompare sangue nelle sue vene.
"E vi hanno accomunati a chi non ha più un luogo a cui tornare! Spettri!! Così l'ordine delle cose viene stabilito! Una grande menzogna! L'inutile eretto a sistema! Il sogno di un pazzo."
Si aggrappò alla prima cosa che avrebbe trovato vicino a se, cercando di issarsi.
"A chi appartiene il proprio destino? Possono interferire! Spezzarlo! Ma non possono negarlo! Esso esiste, ed è unicamente nelle mani dei mortali! Ed è questo che invidiano! A noi e soltanto a noi è concesso forgiare i nostri destini!"
E' come se un turbinare di drappi di seta grigia e nera avesse circondato Laputa. Forme grige in tutto e per tutto simili ai lembi di mantelli scossi al vento la circondano, vorticano intorno ad essa. Le luci sono soffocate, il fuoco sembra non emettere più luce per il tempo di un battito di cuore, poi qualcuno, forse un elfo di Raylek o forse qualcuno dell'Hati al comando di Khalesis, guarda in basso e grida, indicando la terra sotto la città volante.
« Guardate!! »
Un campo sterminato di luci bianche brilla in basso, come se migliaia di lucciole si fossero depositate su rocce squadrate da giganti. Eppure erano forme troppo perfette! Geometrie di rettangoli che dall'alto erano evidenti! Ma le luci, le luci erano dappertutto, senza uno schema, senza un ordine, immote fissavano Laputa sebbene un istante prima laggiù vi fosse solo terra e alberi.
Klemvor: Dominio delle Macchine
Edited by Yom¡ Isayama - 23/7/2009, 19:16Once I pledged
to my own heart
that I'd save you from
the whirlpool of grief you've drowned in
If the unyielding gears
that move time forward should rust,
I won't be able to return; I hate this world

I want to break everything apart,
but I still can't go anywhere,
because of my memories.
All I could do was hold tight to
the time when I was happy,
and carve the distant sound of
the footsteps of dreams into my heart.