Endlos - RPG Alliance Forum

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Walpurgisnacht, Quest per Daeniem e Ronin_
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Hlaine Carter si era sempre ritenuto un Sognatore capace. Di fatto nei suoi innumerevoli viaggi onirici era stato abbastanza assennato da mantenere il distacco che il suo dono gli imponeva, perfino ai sontuosi palazzi del sultano del Blureir e davanti alle sue innumerevoli mogli nemmeno per un istante aveva dimenticato la materia dei sogni e la sua condizione. Eppure in quel momento, per la prima volta, stava titubando. Era capitato chissà come nel mezzo di una bolgia dell'inferno più profondo ed era preda di uno dei frequenti vuoti di tempo cui nessun sognatore, nemmeno il più esperto, può dirsi capace di affrontare.
Probabilmente il tempo aveva preso a scorrere a ritroso e quindi nel sogno lui doveva ancora arrivare dove in quel momento si trovava, tuttavia ciò non aveva molta importanza in quell'istante, giacché la situazione era critica. In quell'inferno di stanze e scrivanie, uffici e porte che si aprivano e si richiudevano in un frenetico via vai di impiegati infernali non riusciva più ad orientarsi. Tentò di chiedere informazioni sventolando una mano all'indirizzo di un massiccio iguana antropomorfo in giacca e cravatta che in tutta risposta cercò nelle tasche della giacca per tirarne fuori una moneta che gli lanciò frettolosamente prima di sbrigarsi a raggiungere un ufficio in cui venne risucchiato e maciullato da fauci gigantesche assieme ai fogli che portava. Hlaine guardò la moneta che aveva così ottenuto e disperò di ottenere qualsivoglia risposta ai suoi interrogativi.

Sempre tenendo la moneta in mano cercò un'uscita qualsiasi nel labirinto caotico di impiegati dell'inferno, ma era un'impresa impossibile. Due sorelle siamesi attaccate l'un l'altra sulla schiena e con i crani attaccati per le guance trasportavano due carrelli identici camminando lateralmente e ricordando al sognatore certe illustrazioni trovate su di una tomba egizia. Quando vide un rospo obeso farsi largo goffamente fra le scrivanie degli impiegati minori riconobbe in lui un supervisore e provò ad avvicinarlo chiedendo lui in che anno fossero, ma quello lo degnò appena di un'occhiata scacciandolo con un gesto delle mani palmate. Poi fu la volta di un trio di tritoni, ma l'unico dei tre che annuì dandogli ascolto disse chiaramente che per una risposta ad una domanda così complessa dovevo prima compilare un modulo di classe C, che potevo trovare in un ufficio poco lontano che pochi istanti prima non era ancora stato edificato, giacché se non veniva certificato il fatto che io ero ancora vivo ed in un sogno avrei avuto sicuramente grane amministrative.

Entrai dunque trovandolo vuoto con l'eccezione di un'altra creatura umanoide come non ne avevo mai vista una in passato. Poiché era seduta in aspetto e poiché aveva con se un tagliando, mi resi conto che non faceva parte di quell'inferno ma che era di passaggio, un sognatore, ma non seppe dire se era stato portato lì per un motivo o se era anche lui un sognatore abituale. Prese il tagliando per mettersi in fila scoprendo di essere il n°1566. Sedette proprio accanto allo strano essere, fissandolo di sottecchi. Una sua brutta abitudine, quando era in sogno, era quella di dimenticare i lineamenti del suo viso. Per qualche istante, pertanto, apparve al suo compagno di sventura in quell'ufficio come un'immagine solo vagamente umanoide sfocata e distorta, come quella di un televisore dal segnale difettoso. Quando concentrandosi ricordò il suo aspetto, però, immediatamente l'immagine si definì mostrando un uomo di circa sessant'anni con una calvizie quasi totale, dal viso scavato e dagli occhi tanto stanchi da trasmettere un'indefinibile sensazione di arrendevolezza.

« Vuole favorire? » Disse per aprire il discorso, offrendo un sigaro. « Io sono qui per sapere se sono ancora vivo. Prima volta in sogno, eh? » Sorrise sornione aspettandosi una risposta negativa. In effetti, il suo interlocutore non dava l'impressione di essere abituato ai viaggi onirici.
« Non ci si abitua mai... » disse in un sospiro stanco, alla maniera dei vecchi. Guardò ancora il suo numero tristemente alto rispetto a quello che lampeggiava nell'ufficio, il n°25. Sbirciò il numero del suo vicino di sedia, notando che era il prossimo. Quasi per un segno del destino il contatore scattò e fu il turno di quello strano sognatore. « Tocca a lei, credo. » Gli disse Carter, mentre un'impiegata dell'inferno comparve su dietro una vetrata, sistemando due occhiali minuti sul grugno da lucertola, armeggiando su di un computer vecchio modello con gli artigli lunghi e affilati.

Stava comparando l'immagine sullo schermo con il goblin che aveva davanti.
« Lei è Rholand De La Vallierien? »
Gracchiò stizzita all'indirizzo di Raylek 'ap Quelt Od'Nast, rendendosi immediatamente conto che qualcosa non andava.


.Narrato
Questa primissima e breve parte introduttiva della quest è dedicata a Daeniem.
Ti trovi in uno di quei rari momenti nei sogni in cui sei cosciente di sognare. Sei estremamente lucido, quasi come se tu fossi sveglio, ricordi distintamente quando, come ed -eventualmente- con chi sei andato a letto, sai quindi di sognare e che tutto quell'ufficio, quell'anziano dai modi strani, quell'impiegata dall'aspetto di lucertola con modi, voce e perfino un tailleur blu indiscutibilmente umano sono in realtà parte di un tuo bizzarro sogno. Ti sei ritrovato con in mano un tagliando con scritto 26 a grandi lettere, lo stesso che ora capeggia al di sopra della vetrata dell'ufficio, e quindi il vecchio ha ragione a dire che è il tuo turno.

Once I pledged
to my own heart
that I'd save you from
the whirlpool of grief you've drowned in
If the unyielding gears
that move time forward should rust,
I won't be able to return; I hate this world

image

I want to break everything apart,
but I still can't go anywhere,
because of my memories.
All I could do was hold tight to
the time when I was happy,
and carve the distant sound of
the footsteps of dreams into my heart.

 
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view post Posted on 5/7/2009, 23:04Quote -
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 18:48



Merda.
E pensare che la peperonata non era nemmeno tanta, ieri sera.
Lo sapevo! Lo sapevo! E invece no! Mettici dentro anche la salsiccia, gli aveva detto il cuoco. Vedrai che buona che viene!
Ma è pesante poi? Non è che mi resta addosso da digerire fino a domani?
Mannò! Vedrai che nemmeno ti accorgi di averla mangiata.

E ora? Era lì, dentro ad un gigantesco caleidoscopio di immagini, colori, luci, suoni, e bestie di ogni sorta, genere e grado.
In coda per lo sportello. Ma ci credete? Cazzo! Quasi nemmeno sapeva, il goblin, cosa diavolo fosse, uno sportello!

Almeno qualcuno che gli rivolgeva la parola l'aveva trovato.
Ma la conversazione, purtroppo, non era stata delle migliori.
Lo sentiva e lo vedeva, certo. Sapeva che tutto attorno era un sogno. Un incubo. Non chiedete come, per carità!
Lo sapeva, e basta.
Ma quell'uomo, seduto vicino. No. Quello non era un sogno. Decisamente non lo era.

Ma...

...era sicuro che non lo era?
Quasi quasi il sigaro lo avrebbe accettato. Se solo l'altro si fosse dato la pena di rallentare un po. Invece faceva domande, faceva facce, faceva insinuazioni.
E Raylek, che oramai si sentiva la testa frullata peggio di un passato di verdure e lo stomaco sconvolto dai borbottii - maledetta lucanica! - non aveva forza per rispondere compiutamente.
Se non a monosillabi.

« Vuole favorire? »
Eh?! Ah! Bhe... io...
« Io sono qui per sapere se sono ancora vivo. Prima volta in sogno, eh? »
Gulp. In effetti...
« Non ci si abitua mai... »
Ehm. N...no.
« Tocca a lei, credo. »
S..sì?

E poi, eccola! L'iguana in tailleur blu. La peggiore delle allucinazioni da cena indigeribile!
E lo guardava, come avesse voluto scuoiarlo e vedere come era fatto sotto. Con quei cazzosissimi occhialetti.
- Come diventava scurrile il goblin nei sogni, però! Era inascoltabile! -

E anche lei, giù subito, a fare domande.
« Lei è Rholand De La Vallierien? »
Alchè, era semplicemente esploso. Come una mina calpestata. Si era sentito la testa sotto pressione, le orecchie fischiare forte, roboare un momento, e poi...

BOOOM!


NO! NO E ANCORA NO! PORCACCIA DI QUELLA PUTTANA NO!!!
IO NON SONO QUESTO RHOLAND DE LA VALLE! O COME DIAVOLO SI CHIAMA!
IO SONO RAYLEK.
SONO FORGE!

E QUESTO E' UN CAZZO DI SOGNO INFERNALE! E IO VOGLIO SVEGLIARMI!!!

E non mangerò più, fin che campo, peperonata con la salsiccia a cena! Potessi morire!



 
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view post Posted on 5/7/2009, 23:33Quote -
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Carter sospirò vedendo quell'individuo sbraitare all'indirizzo della povera segretaria, che dal canto suo non poté far altro che sbattere più volte tutte e quattro le palpebre con aria perplessa. Sospirò guardando di nuovo il suo numero e poi il "ventisei" che capeggiava quasi beffardo su tutto l'ufficio.

L'impiegata infernale si sistemò gli occhiali e si sporse in avanti con il busto, scandendo bene le parole.

« Val-lie-ri-en. »
Disse con una calma che aveva dello snervante, sottolineando l'errore del cliente.
« Attenda un istante, la prego. »
Disse prendendo la cornetta di un telefono e premendo un tasto con gli artigli da rettile. Dalla cornetta giunsero alcuni suoni, poi infine qualcuno rispose.

« Domando scusa, qui l'ufficio C. »
Annuì.
« Si, sono la responsabile dei casi C. »
Annuì di nuovo.
« Si, ho davanti a me un richiedente caso C. Pare ci sia un errore, un banale scambio di persona. »
Scrisse qualcosa su di un blocchetto degli appunti e annuì ancora e ancora.
« Si, la delibera C. Va benissimo. Arrivederla. »

Riattaccò e si alzò dalla sedia quasi nello stesso momento, sparendo per qualche istante. Carter tossì e alzò la voce stanca, rivolgendosi al goblin in tono pacato.

« Se quella pratica fosse inutile le consiglierei di uscire. Ma poiché tutto il sistema è eretto allo scopo di esaltare l'inutilità, purtroppo una pratica così inutile non è altro che la finalità del sistema stesso, quindi risulta necessaria e senza di essa lei non potrà andarsene. Qui all'inferno funziona così, è la seconda cosa che imparano i sognatori. »

Carter fu interrotto quando la segretaria infernale tornò indietro, con una fotocopia in mano. Sferzò l'aria con la coda da rettile e spinse il pezzo di carta stampata attraverso il vetro assieme ad una penna con cui dapprima indicò due cifre assurdamente lunghe, poi la porse a Raylek.

« Questa delibera attesta che lei non è il signor Rholand De La Vallierien e non è il legittimo proprietario della zona posta sul continente di Celentir in zona longitudine X e latitudine Y. Prego una firma qui, qui ed anche qui, dopodiché potrà andare. »



.NarratoUna volta firmata la delibera ti svegli immediatamente. Descrivimi il luogo in cui ti svegli e il momento della giornata. Inizialmente ricordi tutti i dettagli del sogno, poi lentamente questi ti scivolano via e non ti rimane alcuna memoria di esso, se non i dettagli che riguardano il vecchio.

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 18:48



Moduli inutili assolutamente necessari?
Lui di stranezze ne aveva viste molte. Lui era una stranezza, per molti : un goblin, istruito, capitano di una nave e alchimista : più strano di così potrebbe esserci solo... solo una iguana in giacchetto che fa la segretaria!

« Questa delibera attesta che lei non è il signor Rholand De La Vallierien e non è il legittimo proprietario della zona posta sul continente di Celentir in zona longitudine X e latitudine Y. Prego una firma qui, qui ed anche qui, dopodiché potrà andare. »

Ed eccola, finalmente, la fine di quell'incubo da indigestione! Che liberazione!

E il nostro goblin era così tanto felice per quella cosa che nemmeno si era posto alcune delle domande fondamentali che ci si dovrebbe porre, in casi come quello : domande, per altro, che il suo Senno di Poi e la sua Prima Impressione continuavano a gridargli come ossessi dentro alle orecchie, ma senza speranza di successo.
All'alchimista, in quel momento, interessava solo levarsi da quel posto così assurdo.
E il suo stesso incubo gli forniva il modo di farlo.

Eppure :
Chi diavolo era questo signor Rholand De La Vallierien, e cosa possedeva su Celentir?
Dove si trovava mai quel posto posseduto dal nostro De La Vallierien?
E perchè, invece del caro Rholand avevano chiamato il povero Raylek?

Interrogativi affascinanti, a voler ben guardare.
Ma oramai era tardi : aveva già firmato. E con così tanta convinzione che la punta della penna aveva quasi bucato il foglio del modulo...

...ma chi se ne frega?! Sono mica tutta roba di sogni?! E allora!!!

Due occhi spalancati, segnati da profonde occhiaie, fissavano il soffitto della stanza che aveva deciso di adibire a sua camera da letto.
Raylek si riscosse dal giaciglio in cui stava sprofondato. La pancia gli sembrava fosse stata sostituita con una vagonata di piombo, e così pure la testa.
In bocca il sapore sembrava in tutto e per tutto quello di una discarica. Nemmeno avesse leccato il culo ad una mucca...
uff.

Laputa. Il suo castello volante.
Ecco dove stava.
Quella era una delle zone che aveva conquistato alla città, rendendola di nuovo abitabile dopo secoli di abbandono, a quanto aveva avuto modo di capire.
Degli abitanti del luogo nessuna traccia. Così come delle loro cose.
Niente. In quelle case non c'erano che stanza vuote, ambienti tutti da riempire.

E loro - Khalesis, lui, la ciurma della SbriciolaCielo e l'Hati - erano riusciti a dare una faccia di abitabilità solo a pochissimi di quegli spazi. Il molo basso della città, a est, con alcuni edifici che si affacciavano sul piccolo molo sospeso nel vuoto, in mezzo al cielo.
Una strada che portava all'osservatorio. Una delle tante, ed era stata una faticata togliere tonnellate di vegetazione che si era insediata ovunque. Letteralmente.
Oltre a quello avevano conquistato qualche magazzino, e la stanza alta del telescopio.
Perchè, diavoli, sì, quella città aveva un grosso telescopio.
Ed era lì che si era deciso di installare alcuni dei sistemi di sicurezza per evitare intrusioni non gradite.

Ma tutto quanto, in quel momento, era inutile.
Perchè Raylek riusciva a pensare solo che stava per vomitare!

Merda!


 
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Il sognatore dalla pelle verde scomparve e l'ufficio tornò nel suo caos ordinario, fra telefoni che squillano, segretari infernali che trascinano grossi carrelli pieni di niente, l'incedere confusionario di responsabili e semplici clienti, come a voler dire che l'inutile non conosce tregua. Hlaine sospirò, guardando per l'ennesima volta il suo numero. Millecinquecentosessantasei. Alzò lo sguardo. Il numero luminoso cambiò in ventisette. Rimasto solo in sala di aspetto, lui sospirò ancora e una porta si aprì. Ne entrò un signore vestito come un reverendo con tanto di una nuova edizione del vangelo secondo Lucifero stretta nelle mani. Aveva un aspetto cadaverico, nel senso che era più o meno un cadavere. La carne incartapecorita che si staccava a brandelli dalle ossa in evidenza mentre i capelli erano pochi ciuffi scarmigliato sul cranio chiazzato, soltanto i bulbi oculari mantenevano un bagliore di umanità a dir poco sconcertante, incassati com'erano in orbite marce senza palpebre.

« Mi scusi, posso? »
Domandò il cadavere, indicando la sedia accanto a Carter che un istante prima era stata occupata dal goblin.
« Prego. »
Annuì il sognatore, lasciando che il cadavere si sedesse. Offrì lui un sigaro, che tuttavia egli rifiutò con un gesto cortese della mano.

« Io sono qui per sapere se sono ancora vivo. »
Disse Hlaine per fare conversazione.
« Oh. » Guadagnò l'attenzione dell'uomo, che gli rivolse uno sguardo interessato. « Beh, io non ho questo problema. »
« Non è la prima volta che viaggia in sogno, eh? » Disse Carter e il cadavere ambulante volse il capo con uno scricchiolio sinistro delle vertebre e con un sorriso piacevole annuì

« Lei ha l'occhio fino. In effetti quando ero in vita ho viaggiato molto. Ahimé ho ipotecato le mie proprietà terriere in cambio di sei giorni, sei ore, sei minuti e seicentosessantasei decimi in più da vivere. Non so perché però i miei discendenti si sono tutti intestarditi a voler vivere nei miei possedimenti, nonostante sapessero benissimo che erano di proprietà dell'inferno, sicché poiché la mia stirpe non esiste più, per una serie di cavilli burocratici, essi risultano ancora a mio nome. Sono qui per firmare la delibera per lasciare che edifichino sui miei possedimenti. In realtà una cosa del genere è totalmente inutile perché i miei territori sono già di proprietà dell'inferno, ma sa... »

Carter annuì solenne.

« Si, si. Il solito problema burocratico: i moduli inutili purtroppo sono assolutamente necessari. »

« Già, ahimé. Lei è uomo di sogno, vedo. Però sono contento, pare che ci creeranno un nuovo Dio su quei possedimenti. Era l'ora, dico io! Negli ultimi tempi alcuni mascalzoni non hanno fatto altro che entrare e uscire dalla realtà quasi vi avessero istituito un campo profughi. Ma come mai fa richiesta all'ufficio Creazionismo per sapere se è ancora vivo? »
Carter si guardò intorno, spaesato.
« Credevo fosse l'ufficio Coscienze. »
Il morto scosse il capo. Hlaine si alzò e gli tese la mano.
« La ringrazio per l'informazione. Stavo per fare un'attesa infinita per niente. »
« Si figuri, si figuri. Dovere, assolutamente. Signor...? »
« Carter. Hlaine Carter. E' un piacere. »
« Rholand. Conte di La Vallierien »



.Narrato ~ Khalesis
Molto bene, è il tuo turno. Ti svegli contemporaneamente a Raylek, anche se non puoi saperlo, ti trovi nelle tue stanze o ovunque tu ti sia collocato quando ti sei stabilito a Laputa con il gruppo Hati.
Il motivo per cui ti sei svegliato di soprassalto è dovuto alla tua parte animale, l'istinto affatto sopito di cui fai vanto anche in battaglia e che ti permette di individuare i pericoli quando questi si approssimano. Un istinto di cui, oltre a te, soltanto gli animali che popolano Laputa sono a conoscenza. Senti che si approssima qualcosa, ma non sai cosa. L'istinto non è razionale, non si basa su qualcosa di tangibile, eppure... c'è qualcosa.

Anche se è stagione, nella stanza non ci sono zanzare né altri insetti. In fondo alla sala, una lunga fila di formiche sembra che abbia una strana fretta di raggiungere la finestra ed uscirne. Oltre agli insetti Laputa ha da sempre ospitato diverse varietà di uccelli Pigliamosche. Ora un battito d'ali concitato ne annuncia la fuga. A centinaia abbandonano gli alberi e i prati scappando come topi da una nave. Gli animali sentono qualcosa, così come la senti tu stesso.

Turni
Khalesis
Raylek
QM


Once I pledged
to my own heart
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If the unyielding gears
that move time forward should rust,
I won't be able to return; I hate this world

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I want to break everything apart,
but I still can't go anywhere,
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All I could do was hold tight to
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view post Posted on 7/7/2009, 13:38Quote -
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Katsu!

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 8/12/2009, 00:29



Quanti giorni sono passati?
Khalesis e l'Hati hanno lasciato Arianrhod dietro di sé, senza spiegazioni ma con un solo avvertimento: "Prima di prendere qualsiasi decisione come Regina, Mialee, dovresti avere ben chiara la risposta a questa domanda", aveva detto.
La domanda... La domanda...
Il "perché" della vita, della guerra, delle speranze.
Nonostante Khalesis sia solo una malabestia, egli è davvero una creatura vivente complessa.
Gli occhi si chiudono e, al posto della vista della sua ruvida ma calda camera, il guerriero sente solo il peso dell'avambraccio sulla fronte.

E' come se una spada avesse tagliato l'aria.
Uno slash sottile e prolungato nell'udito perfetto della malabestia. Khalesis,infatti, si rizza in piedi allungando la mano su Fiamma verde, la bastarda che tiene accanto al legno del letto.
Si guarda intorno, le vibrisse fremono, il sangue irrora velocemente tutti i muscoli, ma l'unica cosa che i suoi occhi - dorati, sottili, stanchi - vedono sono le pareti del suo alloggio.
Ha il fiato grosso.
Con lentezza di alza dal letto, mettendo a terra prima la zampa destra. Scopre di essere nudo e, alla maniera degli uomini, ricorda il pudore. Veste le sue nudità con della stoffa grezza perché, in fondo, la sua pelliccia naturale è più dura di questa fibra artificiale.
Respira a fondo, guardando a destra e a sinistra. Sì, l'ha notato: ci sono molti insetti e uccelli a Laputa; come nella sua Foresta, d'altronde. Si passa la mano sinistra, quella carezzata dal cuoio, sulla testa, lisciando le orecchie all'indietro mentre sospira. Le formiche stanno lasciando la camera. La Tigre le osserva sino a sporgersi dalla finestra e godendosi, sebbene per pochi attimi, il vento freddo. Anche i Pigliamosche si stanno comportando in maniera strada - lui lo sa, come sa che c'è qualcosa che si muove contro natura.
Con un gesto secco della mano chiude la finestra, lega il balteo alla schiena e vi rinfodera la spada.
Con un pesante passo di artigli che stritolano il legno, Khalesis Dothraki esce dalla sua camera.
«Akeginu! Hati, a rapporto!»

È bene che il Samurai,
anche quando è sul punto di essere decapitato,
conservi l'abilità di compiere un'ulteriore azione
senza incertezze.
Se saprà tramutarsi in un fantasma vendicatore
e mostrare grande determinazione,
benché privato della testa,
egli non morirà.
(Hagakure)


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Satsuma Han no Shimazu
 
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view post Posted on 7/7/2009, 14:31Quote -
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.Narrato ~ Raylek
L'ora non è delle migliori, così come non lo è il tuo stomaco. Eppure Laputa è sveglia, sveglissima, un certo battito d'ali insistente drappeggia fuori dalle tue stanze e l'eco del richiamo di alcuni uccelli diurni giunge fin lì. Ma gli uccelli non sono l'unico inquilino della Città dei Cieli che è sveglio e attivo, nugoli di moscerini della frutta ronzano in fuga e perfino le cicale hanno cessato il loro canto.

Anche l'Hati di Khalesis e la tigre stessa paiono essersene resi conto. Anche loro sono già svegli, nonostante l'alba non sia ancora sorta e fuori è ancora buio.

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 18:48



YAAAWN!

Tra il sapore rivoltante della cena ancora in bocca e una notte passata ovunque, a fare qualcunque cosa, tranne che dormire, le cose non sono cominciate, quel giorno, per niente bene.

E come se volessero aiutare il mal di testa del goblin, già a livelli da primato mondiale, a diventare ancora più forte, pure uccelli ed insetti si stanno dando da fare...
...in quella che sembra decisamente una migrazione di massa dalla città.

Quel castello volante era sempre stato una piccola isola di pace per centinaia di animali. Mentre l'uomo marciva altrove, loro avevano fatto della città il loro impero.
E ora partivano. Tutti. E senza tanti complimenti.
Forse lui era solo un goblin, e il suo istinto dovrmiva sotto strati di idizia suicida... ma gli occhi li aveva anche lui, e qualcosa, decisamente, quella mattina, non andava.

Ma che diavolo sta succedendo?!

L'edificio in cui tutti hanno trovato riparo per la notte non è poi così enorme, ed è quindi parecchio facile vedere, sveglio come non mai, Khalesis, immobile in mezzo alla piccola saletta comune su cui si affacciano tutte le altre stanze, chiamare a gran voce i suoi.

Che ci fai sveglio? Hai mangiato pesante anche tu?

Vorrebbe sorridere. Ma è sicuro, Raylek, che solo tentendo due muscoli, in faccia, vomiterà.
Ci vuole poco a decidere che è meglio - molto meglio - evitare.


 
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view post Posted on 9/7/2009, 17:41Quote -
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Katsu!

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 8/12/2009, 00:29



«C'è qualcosa che non va, Raylek.»
Mentre Khalesis pronuncia queste parole, Akeginu irrompe nella sala, tenendo nella sinistra la sua spada, ancora opportunamente infoderata. «Dothraki-sama!»
Khalesis si volta verso la sua vice-comandante, passandosi un'altra volta la mano a lisciare le orecchie. «Dove l'Hati?»
«Li ho chiamati. Abbiamo percepito tutti qualcosa.»
«Saegel?»
«Per il momento...» pausa «non riesce a vedere.»
«Può significare tutto e niente.»
«Hai, Dothraki-sama.»
In quel momento, ad uno ad uno tutta la guardia personale della malabestia si presenta dinanzi il suo comandante. Si sono tutti gettati qualcosa addosso. Eccetto Lora, il bello e stronzo del gruppo, che ha su solo i pantaloni e le daghe al fianco, guadagnandosi un'occhiataccia dalle fanciulle del gruppo, Saegel compresa. (Lei, infatti, sebbene sia cieca, ha imparato così bene a conoscere i suoi compagni d'arme che sa perfettamente cosa aspettarsi da loro...).
L'atmosfera torna immediatamente tesa quando Khalesis riprende la parola. E il controllo della situazione.
«Organizziamo una ronda. Raylek, faresti meglio ad avvertire le tue guardie.»


È bene che il Samurai,
anche quando è sul punto di essere decapitato,
conservi l'abilità di compiere un'ulteriore azione
senza incertezze.
Se saprà tramutarsi in un fantasma vendicatore
e mostrare grande determinazione,
benché privato della testa,
egli non morirà.
(Hagakure)


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Satsuma Han no Shimazu
 
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Qualcosa che non va? Eufemistico. Dopo l'incubo da cui era appena emerso, solo per finire in mezzo a quella che sembrava la migrazione di massa di tutti gli animali dell'isola con un bocca un sapore di merda, quella era evidentemente una situazione che aveva qualcosa che non tornava.

Certo, Khalesis aveva ragione : Raylek avrebbe fatto meglio ad allertare i suoi elfi. Se non fosse che i suoi elfi sembravano essersi allertati da soli.
In gamba, i ragazzi : dal ritorno del suo secondo in comando, il Capitano Sildavin Derìnha, dal suo servizio a Liberty, l'equipaggio della SbriciolaCielo si era tramutato in pochi giorni da un gruppo di mariani, nemmeno troppo male, ad una piccola legione di guerrieri, perennemente scattanti e tirati a lustro.
Doveva ricordarsi di dare un premio a quel vecchio dritto di Sidavin. Senza di lui sarebbe stato perso.

E infatti, mentre anche gli ultimi dell'Hati emergono dalle loro stanze per raggiungere la sala che si va via via riempiendo, il guerriero elfo scende dalla rampa di scale del piano di sopra - dove era stato installato un posto di guardia, a mo' di faro - accompagnato da un giovane guerriero armato di arco, una faretra appesa alla cintura, lasciata piena di dardi a penzolargli dietro alle gambe.

Capitano, sta succedendo qualcosa. E non è la Tempesta. Quella è ancora dove stava, e non è cambiata di una virgola...
Tutti gli uccelli dell'isola sembrano essersi levati in volo nello stesso momento. Quasi ci fosse stata un impercettibile scossa di terremoto...

...forse dovremmo risalire tutti sulla SbriciolaCielo ed sorvolare la città, per vedere che non stia succedendo qualcosa alle fondamenta.


L'elfo guarda dritto negli occhi Raylek. Il che vuole dire che è davvero preoccupato, mentre parla. In genere il capitano Derìnha schiva gli sguardi altrui, interessato più ad osservare quello che sta attorno per verificare costantemente la situazione.
Invece ora ha il goblin fisso dentro agli occhi.

E al goblin, proprio per quell'atteggiamento, non può che venire un brivido di paura lungo la schiena.
Un brivido che cancella ogni altra idea che gli frulla dentro al cranio.

Presto, al molo!
Voglio la nave pronta al volo prima di subito!


 
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view post Posted on 9/7/2009, 22:26Quote -
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One More Lie

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A terra, molto al di sotto della città volante di Laputa, uno stormo di corvi si levò all'unisono come se spaventato da qualcosa. Anticiparono di alcuni minuti i pigliamosche di Laputa, ma mentre questi si sarebbero alzati in volo come a voler emigrare, il gruppo di corvi neri lo fece come a voler fuggire. L'aria si aprì come se una divinità dalla mano pesante vi avesse immerso i due palmi separando l'atmosfera in due correnti decise in direzioni contrarie, aprendo un vuoto di nulla che si riempì con le forme disumane di tre creature che non hanno senso di esistere in questo mondo. Due toporagni, dai sensi meno fini dei corvi portatori di sventura, uscirono dalle loro tane in cerca di cibo saltellando nel sottobosco come se nulla fosse. Uno si fermò a pochi centimetri dalle scarpe nere e lucide dell'individuo più basso, rosicchiando una noce. Si spostò ancora, immergendosi nel cuoio nero del piede dell'essere, attraversandolo come se questi fosse privo di consistenza. Prese la sua noce e si voltò di corsa, tornando nella sua tana, indifferente alla presenza di quel trio.
Si bloccò all'imboccatura della tana come annusando qualcosa nell'aria, sollevando il musetto e facendo fremere i baffi. Tale esitazione gli fu fatale. La luce del crepuscolo si spense e divenne buio quando un serpente chiuse le fauci su di lui.

Più in alto le tre creature si guardavano intorno studiando l'ambiente indifferenti a quanto li circondava. Due erano colossi massicci rispettivamente in giacca e cravatta ed in tailleur da donna. Erano rettili, grossi iguana dalla testa grottescamente grande in relazione al resto del corpo umanoide. Sferzavano lentamente le code dall'attaccatura massiccia ed usavano le piccole mani provviste di quattro dita munite di artigli caduchi e sporchi per sistemarsi gli abiti come impiegati in vista di un colloquio con il presidente di una multinazionale. La terza creatura era bassa, piccola di statura e magrissima, vestita con una camicia infilata nei pantaloni tenuti su da due bretelle nere. Era umanoide, ma il volto esponeva alla luce della luna morente la pelle giallognola e costeggiata da grosse vene nerastre, senza lasciar spazio a palpebre, labbra, sopracciglia o capelli. I grossi denti erano squadrati e massicci, in numero ridotto rispetto agli umani. Poiché non c'erano labbra a coprirli l'essere dava l'impressione di sghignazzare costantemente. Volse lo sguardo in alto e fu in quel momento che gli animali di Laputa abbandonarono i loro nidi. Tirò fuori da una tasca una grossa calcolatrice sulla cui sommità vi era della carta da scontrino fiscale, iniziando a battere rumorosamente alcuni tasti. Frattempo parlò con voce roca, scatenando il disagio dei due rettili.

« Uhm. Quando all'ufficio Creazionismo hanno deciso che questo posto farà da "culla", erano consapevoli della presenza di un grosso blocco di materia organica e gravipietra? »
I due segretari si guardarono per un istante. Il maschio tossì, l'altra sbatté le palpebre... tutte e quattro. Sia quelle laterali e carnose che quelle un po' più umane che dall'alto scesero sul basso inumidendo gli occhi incavati.
« Dall'ufficio Contabilità era stato messo agli atti che il terreno doveva essere sgombro. Non c'erano menzioni circa il cielo. In effetti siamo rimasti contraddetti anche noi quando il signor Raylek 'ap Quelt Od'Nast si è presentato qui in luogo del signor De La Vallierien, che ci risultava il precedente proprietario di queste terre. »

Ci fu un attimo di silenzio interrotto soltanto dal battere nervoso di tasti sulla calcolatrice. Poi il nano demoniaco si voltò verso i suoi sottoposti declinando il capo a lato ed allargando ancor più il ghigno malefico che aveva perennemente stampato in volto.

« State cercando di far ricadere la colpa di questa svista immane sull'Ufficio Contabilità Infernale? »
Scosse il capo.
« Insabbiare tutto. Come fanno gli umani. Ecco cosa bisogna fare. Muoverò certe mie conoscenze nell'Ufficio Morti Fulminanti e facciamo venire un bell'infarto a questo... questo... » guardò il nome del proprietario del castello, rinunciando subito a pronunciarlo « lui, insomma. Il proprietario di quello strano castello galleggiante. Ecco, si, un infarto e poi proseguiamo facendo finta di niente. Modificherò io stesso il destino di qualche altro povero cane che sarebbe dovuto morire questa notte e riallacciare il suo destino a quello di quest'uomo... »
« ... Goblin, signore. Tecnicamente il signor Raylek 'ap Quelt Od'Nast sarebbe un goblin. »

Il contabile fulminò con lo sguardo il segretario, proseguendo
« ... sì, insomma, per farla breve il destino di questo qui sarà preso da qualche altro membro della sua razza, così all'ufficio Esterni non risulteranno problemi di sorta e noi potremo tranquillamente mettere a tacere tutto quanto. Basterà ungere un po' le mani a quelli della Commissione Interna e sperare che a Lui non arrivi niente di niente in merito a questo pasticcio. »

« Signore, ehm... »
Stavolta fu l'iguana maschio a parlare, ma non prima di essersi appuntato sugli occhi incavati un paio di grossi occhiali a fondo di bottiglia.
« Ecco, non metto in dubbio la validità del suo suggerimento, ma... Quel luogo è abitato da più persone. Ci stiamo ancora accertando della loro identità, ma almeno uno di loro ha contatti con una divinità. Un paladino, insomma. »

Il contabile grugnì, scontento.
« Sarebbe un lavoraccio schifoso far collimare i destini di più individui, e c'è rischio di causare rogne a far tutto sotto-banco. In più quelli della Commissione Interna se la faranno sotto se vedranno arrivare proteste direttamente dall'Alto. »

« Signore... »
« Parla. »
« Ecco, io avrei una soluzione che ci permetterebbe di uscirne puliti e di farlo prima che arrivino gli emissari degli Antichi Poteri... »


La linea di azione approntata dal trio di burocrati infernali era semplice e basata sull'antica arte dello "scaricare le colpe su terzi". Fortunatamente di recente l'ufficio Esterni aveva smarrito quasi tremila anime, che invece di perdersi nelle profondità infinite del Maelstrom erano approdate in una sorta di anomalia, una piega nello spazio dotata di consistenza e materia sebbene sia situata nel bel mezzo del warp. Data la situazione era sufficiente falsificare un paio di protocolli perché fra quelle anime perdute risultassero anche un gruppo di umani, una manciata di elfi, un goblin ed infine una malabestia. Un lavoro d'ufficio semplice e pulito, così gli emissari degli Antichi Poteri avrebbero avuto tutte le risposte che desideravano sul perché c'era un blocco di gravipietra abitato dove non doveva esserci che nuda aria e tutte le colpe sarebbero ricadute sull'ufficio Esterni facendo uscire lindi e puliti tanto gli uffici Contabilità che gli uffici Creazionismo.

L'unica "falla" in questo piano in un certo senso quasi inattaccabile perfino per i feroci e sospettosi mastini della Commissione Disciplinare Interna era proprio rappresentata da quel Dio Bambino che, da neonato qual'era, imprevedibilmente si rivelò più incuriosito da un gruppo di mortali piuttosto che da coloro che erano giunti per omaggiarlo e per registrarne la nascita.

Tutta Laputa fu scossa da un tremito mentre un fulmine colpiva in pieno uno degli alberi, provocando un principio di incendio in un livello basso della città volante. Le radici degli alberi tremarono come se dei giganti si stessero divertendo a cercare di divellere il cuore stesso della città scuotendone le fondamenta.

.QM ~ PointE' chiaro che col crescere della tempesta, cercare una fuga a bordo della Sbriciolacielo è un suicidio più che un azzardo. I venti tanto forti da creare vortici ed i frequenti vuoti d'aria la renderebbero ingovernabile e la farebbero sicuramente a pezzi prima ancora che un fulmine possa darle fuoco o peggio.

Turni Liberi



Once I pledged
to my own heart
that I'd save you from
the whirlpool of grief you've drowned in
If the unyielding gears
that move time forward should rust,
I won't be able to return; I hate this world

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I want to break everything apart,
but I still can't go anywhere,
because of my memories.
All I could do was hold tight to
the time when I was happy,
and carve the distant sound of
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 18:48



Non solo non andava bene. Non andava bene per niente.

Man mano che i secondi passavano, la situazione precipitava. La Tempesta, che Sildavin e il suo osservatore davano come immutata, aveva invece cominciato a crescere ed agitarsi proprio in quell'istante.
Segno evidente che qualcosa covava sotto alla cenere.
I vortici di nebbia e vento correvano attorno alla città sempre più velocemente, scaricando fulmini a casaccio, tra le strutture di pietra e metallo.

Capitano! Non possiamo far volare la SbriciolaCielo con la Tempesta a questa forza!
Finiremmo sbattuti contro la città, o peggio...


Già. Era innegabilmente vero...
...ma allora?

Khalesis, dobbiamo levarci di qui. Siamo troppo allo scoperto.
Possiamo provare a raggiungere la sala delle colonne, alla base dell'Osservatorio.
Ci abbiamo installato le batterie che danno energia a questo posto...
...è una specie di bunker.


Non so però se reggerà davvero, se la città andrà in pezzi, divorata dal tornado.
Avrebbe voluto aggiungere, ma non era il caso.
La situazione era già abbastanza merdosa senza aggiungere panico al panico.

Uomini! Con me!

Prendiamo quello che riusciamo tra viveri ed equipaggiamento.
Ci spostiamo verso l'Osservatorio!


 
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Katsu!

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 8/12/2009, 00:29



La malabestia annuisce brevemente a Raylek, per poi cercare con lo sguardo Akeginu.
Anche questa muova la testolina in un cenno d'assenso, per poi replicare in silenzio l'ordine all'Hati intero.
«Avete 20 battiti di tempo per recuparare quanto vi serve dalle vostre stanze. Nix, occupati delle cose di Saegel. Dothraki-sama» continua la bushi voltandosi verso il comandante che fu dei von Seamond «recupero io le vostre cose».
«Sì, Akeginu, ma fate presto. Saegel, resta con me e dimmi cosa vedi.»
I sei della guardia personale della malabestia si dirigono velocemente alle proprie stanze con l'intenzione di prendere semplicemente le proprie armi e i propri abiti. Sono pochi coloro che hanno con sé qualcosa di speciale che ricordi la loro casa d'origine o le persone amate... La vita di chi comnbatte da sempre può essere davvero - davvero - molto dura.
Saegel è pallida. Più del normale. La sua bellezza, tuttavia, tipica delle razze del nord, non viene minimamente intaccata dal suo stato. Si muove in avanti con una sicurezza incredibile per una ragazza cieca, sicurezza dovuta, tuttavia, non a particolari facoltà quanto alla fiducia che nutra nella Tigre bianca. Infatti, Khalesis le tocca immediatamente un braccio porgendole un eventuale sostegno.
Una goccia di sudore le riga la tempia sinitra. Lei la ignora, scostandosi i lunghi capelli biondi dal viso.
«Cosa vedi, Saegel?» domanda rude il paladino.
«...»
La ragazza china il capo, stringe la mano sul pelo del felino e apre gli occhi, due fessure di un rosso acceso, i cosiddetti "Occhi di Cristallo-rubino".
«Tch.
Che cazzo» sbotta.


CITAZIONE
Saegel possiede una capità di visione che va al di là del normale senso fisico - di cui è sprovvista. Lascio al QM la decisione riguardo cosa la ragazza riesca a vedere. Mi limito a precisare che non vede, di solito, aure ma immagini distorte nelle quali confluiscono emozioni o pensieri di agenti esterni.


È bene che il Samurai,
anche quando è sul punto di essere decapitato,
conservi l'abilità di compiere un'ulteriore azione
senza incertezze.
Se saprà tramutarsi in un fantasma vendicatore
e mostrare grande determinazione,
benché privato della testa,
egli non morirà.
(Hagakure)


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Satsuma Han no Shimazu
 
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Un volto nell'oscurità.
Poi il gemito di un infante.

Un'infinità di persone, nel corso dei secoli, hanno cercato il mistero rappresentato dalla genesi delle divinità, ed è ironico che proprio voi che non avete mai cercato né voluto conoscere simili misteri vi ritroviate nell'occhio del ciclone, nella gigantesca culla dove ascende legge e caos, reale ed irreale, coscienza e follia. Saegel, che possiede la vista, "vede". I suoi occhi scrutano ma la sua mente rifiuta ed ella con un grido crolla a terra, priva di sensi. Prima che l'oblio la catturi con se, in un angolo della sua mente capisce e comprende che la sua sanità mentale è stata risparmiata solo perché non ha cercato ciò che ha visto, se l'avesse fatto la sua mente ne sarebbe uscita distrutta, condannandola di fatto ad un'esistenza simile a quella di una larva priva di intelletto, come la punizione che spetta a coloro che osano troppo.

Perché in realtà, non c'è alcun segreto oltre al velo. Solo l'orrore di una realtà troppo vasta perché la mente umana possa accettarla. La verità che si cela dietro il bene e il male, dietro la luce e l'ombra, e chissà cosa avrebbe fatto Khalesis, paladino della dea Vidoq, se avesse visto la verità? Gli dei fanno dono ai mortali del libero arbitrio, ma richiedono in cambio la fede, non ci deve essere tentennamento nel credo di un araldo ai loro nomi ed è per questo che vengono preclusi a loro ogni segno tangibile della presenza divina, ogni prova che un paladino possa avere dell'esistenza degli dei di cui è voce e alfiere. Ma Saegel, fra quelle nubi, ha visto un'altra verità, perché dietro quelle nubi non c'è più l'angolino di universo chiamato Celentir, bensì un mare ribollente dove la veggente si è specchiata come un viandante che si affaccia sulla superficie di un lago e vede riflettersi in essa non il suo volto ed i suoi occhi, bensì le sue emozioni, le sue paure, tutto ciò che lo rende umano che gli scorre davanti come immagini, colori, sensazioni. E nel turbinare di quel vortice che è la sua coscienza, Saegel ha visto se stessa unirsi a fiumi che scorrono nei cieli come maree del colore del sangue, della folgore, della porpora più pura e del lerciume più disgustoso, e sopra di essi banchi di luce sfolgoranti.

Dai mari egli ha visto i demoni, i suoi demoni, figli di ciascun mortale. Dalla furia e dall'odio emergono creature imponenti, fasci di muscoli urlanti che brandiscono armi di bronzo, come i primitivi che per uccidersi usavano rozze asce dei metalli più grezzi. Dall'ambizione e dalla cupidigia fuochi multicolore che turbinano come se torce viventi innalzassero fiamme cangianti. Lussuria, vanità ed ogni sentimento torbido che si concretizzano in forme sinuose, mentre paura, incertezza e terrore per la morte in ogni sua forma diventano un oceano di lerciume, il marcio più cupo che risiede nell'animo mortale: il terrore della corruzione della carne. E sopra di essi... sopra ogni cosa, un coro argentino di voci sfavillanti, una luce simile ad un faro che risplende nell'oceano del Maelstrom e lo sovrasta, lo consuma, voci angeliche che si alimentano del fuoco sacro scaturito dalla speranza, ed è allora che l'umana chiamata Saegel sceglie, e sigilla tutte quelle immagini in un angolo della sua mente da dove niente e nessuno potrà e dovrà mai estrarle.

I suoi capelli perdono colore come se avesse visto un fantasma, eppure egli sorride, e muove le labbra parlando con voce non sua; suoni che non seguono il ritmo scandito dal suo labiale.

"Ah! Fede! E speranza! E poi ironia. Ah!
Eppure non c'è niente che gli dei detestino nei mortali quanto l'ironia! Sapete voi deridere la più grande delle calamità, ridere perfino quando essa è ormai scampata. Eppure cosa pretendono loro se non paura quando scatenano maremoti? Terrore quando la terra trema! E ciò che trovano è ironia. Ah! Questa dev'essere davvero la più grande beffa dei mortali agli dei!"

E un sorriso compiaciuto solca il suo viso dai lineamenti contratti, eppure è svenuta, il suo cuore si è fermato per alcuni battiti prima di riprendere a pompare sangue nelle sue vene.

"E vi hanno accomunati a chi non ha più un luogo a cui tornare! Spettri!! Così l'ordine delle cose viene stabilito! Una grande menzogna! L'inutile eretto a sistema! Il sogno di un pazzo."

Si aggrappò alla prima cosa che avrebbe trovato vicino a se, cercando di issarsi.

"A chi appartiene il proprio destino? Possono interferire! Spezzarlo! Ma non possono negarlo! Esso esiste, ed è unicamente nelle mani dei mortali! Ed è questo che invidiano! A noi e soltanto a noi è concesso forgiare i nostri destini!"


E' come se un turbinare di drappi di seta grigia e nera avesse circondato Laputa. Forme grige in tutto e per tutto simili ai lembi di mantelli scossi al vento la circondano, vorticano intorno ad essa. Le luci sono soffocate, il fuoco sembra non emettere più luce per il tempo di un battito di cuore, poi qualcuno, forse un elfo di Raylek o forse qualcuno dell'Hati al comando di Khalesis, guarda in basso e grida, indicando la terra sotto la città volante.

« Guardate!! »
Un campo sterminato di luci bianche brilla in basso, come se migliaia di lucciole si fossero depositate su rocce squadrate da giganti. Eppure erano forme troppo perfette! Geometrie di rettangoli che dall'alto erano evidenti! Ma le luci, le luci erano dappertutto, senza uno schema, senza un ordine, immote fissavano Laputa sebbene un istante prima laggiù vi fosse solo terra e alberi.
Klemvor: Dominio delle Macchine



Edited by Yom¡ Isayama - 23/7/2009, 19:16

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 18:48



Tutto era stato un grandioso casino, di quelli che fanno storia.
La Tempesta che si era fatta strana, come mai prima. Nera e spessa, densa, avvolgente, ma così irriconoscibile da fare paura.
Davvero paura.

A completare il quadretto ci si era messa Saegel. Aveva visto la donna usare la sua particolare vista, e la ammirava : essere una colonna all'interno dell'Hati, avere addosso responsabilità grandi, comandate da Khalesis non doveva essere cosa precisamente facile.
Vederla crollare, madida di sudore e cinerea al suolo, con una voce che non era la sua che le usciva dalla bocca, mentre tutto attorno il mondo sembrava volersi spaccare era una scena a cui Raylek, sinceramente, non era preparato. Per nulla.

E in un lampo era cambiato tutto.
Celentir sembrava essersi sciolta, cancellata come da una mano di colore, per essere sostituita sotto ai loro piedi da altro. Un posto alieno e sconosciuto.
Perchè era chiaro che era così : prima fluttuavano sulla steppa, e per quanto mobili, la città era sempre rimasta sopra a terra brulla.
Ora invece era sopra a quella che dava l'idea di essere una città.

E quello che era peggio, per il goblin, è che lui sapeva che quella era una città di ferro.
Macchine. Migliaia, milioni. Così tante che il canto del loro metallo gli stava trapanando i timpani, martellando al suo inconscio sensazioni inarginabili.
La mano del fabbro corse rapida al muro più vicino, per sostenersi. Aveva bisogno di farlo, o sarebbe franato a terra anche lui.
Le mani di Sildavin gli furono addosso quasi all'istante, per tenerlo, così come una di quelle dell'ultimo acquisto della sua ciurma. Anche il suo nuovo artigliere stava al suo fianco. Un po inquietante, a pensarci bene, come presenza. Ma la mano era forte e il carattere deciso. E si fidava di lui.

Qua..qualcosa non va...

La città era scossa come da brividi, tutt'attorno, mentre Raylek cercava di parlare, tenendosi la testa e cercando, istintivamente, Akeginu tra la piccola folla che si era riunita.

...que..quella città non è... non... non è Celentir!

Ogni parola, anche solo da comporre con il pensiero, era una vera tortura. Scavalcare la pressione che il grido del metallo stava esercitando su di lui era quasi impossibile. Tuttavia era un goblin, lui, e come tale più cocciuto anche dell'impossibilità stessa.
Lui voleva parlare, quindi, in un modo o nell'altro, l'aveva fatto.

Ora però, boccheggiava, prossimo al vomito.

Non siamo più su Celentir!!!

Ragionandoci a posteriori, il Senno di Poi di Raylek stava con ammirazione constatando che anche in quel momento di cacca - perchè tutto si poteva dire di quei momenti di panico, tranne che non fossero, effettivamente, di cacca, con una Tempesta che sembrava voler distruggere tutto, ed in effetti non ci stava andando lontana, e una città nel cielo, sospesa, che oscillava come un pendolo impazzito con il singhiozzo, che ancora un po cadevano tutti di sotto - il pensiero del goblin registrava altissimi picchi di interesse.
Viscerale.
Stava rischiando la vita. Era prossimo allo svenimento, alla distruzione - forse - della sua città, alla morte dei suoi amici, sottoposti, della sua innamorata, eppure una parte di lui godeva per l'avventura.

Al che al Senno di Poi non rimase che guardare quasi allibito la Prima Impressione di Raylek, che era lì ad osservare anche lei l'evolversi degli eventi, cercando un parere riguardo alla cosa.
Ma la Prima Impressione si limitò a fare spallucce. A capire un goblin, lei, aveva rinunciato da tempo...


 
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